UN NUOVO MESSALE
PER VIVERE IN PROFONDITA’ L’EUCARISTIA articolo 1

Nelle prossime tre domeniche vengono offerte tre schede che presentano il Nuovo Messale che inizieremo ad utilizzare con il tempo di Avvento dal 29 novembre. Un modo per prepararci alle novità che il nuovo messale prevedere e vivere in maniera più consapevole la liturgia eucaristica.
Acconto alla conoscenza di queste novità ricordiamo quello che ci dice Papa Francesco: «Sappiamo che non basta cambiare i libri liturgici per migliorare la qualità della Liturgia. Fare solo questo sarebbe un inganno. Perché la vita sia veramente una lode gradita a Dio, occorre, infatti, cambiare il cuore. A questa conversione è orientata la celebrazione cristiana, che è incontro di vita col “Dio dei viventi” (Mt 22,32)».

Chi ha una certa età ricorderà il rito della Messa in latino che tutte le parrocchie hanno utilizzato fino alla fine degli anni sessanta: era il Messale di Pio V in vigore dal 1570.
Il Concilio Vaticano II, iniziato nel 1962, avviò la riforma del Messale con il documento Sacrosanctum Concilium che apriva la liturgia alle varie lingue dei popoli.
Nel 1970 venne pubblicato il Messale Romano, detto anche Messale di Paolo VI. L’edizione “tipica” era in latino e poi si avviarono le traduzioni nelle varie lingue: la prima edizione italiana fu consegnata alle parrocchie nel 1975. Ci fu poi una seconda edizione latina, nel 1975, che portava alcune aggiunte e novità. Il lavoro di traduzione e adattamento di questa seconda edizione ha condotto alla pubblicazione, nel 1983, della seconda edizione italiana, che corrisponde al Messale che sinora abbiamo usato in parrocchia.
Nel 2003 fu fatta una terza edizione latina che ora è stata tradotta in italiano e dal 29 novem-bre, prima domenica di Avvento, inizieremo ad usare nelle nostre celebrazioni eucaristiche.

Perché questa terza edizione?
La terza edizione del Messale romano conferma in larghissima parte il testo precedente del 1983 in uso finora nelle nostre celebrazioni, ma offre una migliore e più attenta traduzione di alcune espressioni e di singoli vocaboli, nei casi in cui si è valutata una reale necessità di intervento e un effettivo guadagno in ordine alla fedeltà al testo latino, alla ricchezza del contenuto, alla qualità letteraria, alla comprensione, alla cantabilità. Questa terza edizione cerca di uniformare i testi del Messale alla nuova traduzione della Bibbia avvenuta nel 2008 e che stiamo ascoltando nelle nostre celebrazioni alla domenica nelle letture della liturgia della Parola.

Qualcuno potrebbe dire che il libro del Messale, è un argomento esclusivo del sacerdote che lo utilizza durante la Santa Messa.
In realtà il Messale appartiene a tutti i credenti che celebrano l’Eucaristia, non solo perché in esso sono presenti le preghiere che tutta l’assemblea è chiamata a dire e le risposte che è invitata a dare. Il riferimento ultimo dei testi e dei gesti proposti dal Messale è sempre l’intera assemblea celebrante, chiamata a riconoscere in questo libro uno strumento al servizio del dono di celebrare; il dono di radunarci in assemblea e di diventare comunità come Lui ci vuole; il dono di interrompere il «fare» delle mille attività quotidiane per «stare» davanti al Signore; il dono di poter portare la propria vita alla sorgente della Parola, dell’amore del Signore; il dono di poter ritrovare ciò che sta all’inizio e al termine della nostra fede e del nostro «agire», vale a dire l’incontro con il Signore che salva nella comunione dei fedeli. Per questi motivi, è cosa buona e giusta conoscerne le novità e apprezzarne insieme i contenuti.

Quali cambiamenti?
Per capire i cambiamenti avvenuti occorre andare alle pagine centrali del Messale, quelle che presentano il cosiddetto «programma rituale» della Messa con il popolo. Si tratta «Ordo missae», il Rituale della Messa, che presenta la struttura generale della Messa nella sue parti invariabili.

I riti di inizio
In questa prima parte notiamo piccoli cambiamenti. Nel saluto liturgico si utilizza il plurale «siano» al posto del singolare «sia»:
«La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi».
L’atto penitenziale continua a presentare i diversi formulari offerti dal precedente Messale del 1983. Una variazione di rilievo è nel Confesso a Dio, dove l’assemblea si esprime al maschile e al femminile: «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle…».

Si tratta di un’evidente attenzione rivolta alle esigenze di un linguaggio inclusivo della varietà dei generi, maschile e femminile.

Un’altra novità è che finora all’atto penitenziale si preferiva dire «Signore pietà», «Cristo, pietà», «Signore, pietà», dando la possibilità di sostituire il testo italiano con il greco «Kyrie eleison», «Christe eleison», «Kyrie eleison». Ora, invece, si troverà prima la preghiera in greco, poi la possibilità di dirla o cantarla in italiano. Dietro alla scelta di valorizzare la formula greca «Kyrie eleison» sta la coscienza del fatto che nella Messa già ora si parla… in lingue! C’è l’ebraico, là dove diciamo o cantiamo: «Alleluia» (che significa letteralmente: «lodate Dio»), «Amen» (che significa letteralmente: «è vero», «è così», «così sia») e «Osanna» (che significa: «dona la salvezza»). C’è il latino, dove nel canto si recuperano parole come «Gloria in excelsis Deo». Ed ora pure il greco, con l’invito a far risuonare una delle preghiere evangeliche più importanti; la troviamo infatti nei Vangeli una decina di volte. Il titolo di «Kyrios» è attribuito a Gesù in quanto risorto da morte, mentre termine «eléison» traduce l’ebraico «hannenu» che significa «mostrare misericordia». Questa preghiera in greco non solo mette in comunione con le liturgie dell’oriente (la più antica testimonianza liturgica del suo utilizzo risale al IV secolo, a Gerusalemme), ma fa risuonare nella lingua in cui furono scritti i vangeli una supplica che ci richiama la misericordia di Dio.

Nel Gloria cambia il testo: «E pace in terra agli uomini, amati dal Signore». Il testo precedente “di buona volontà” seguiva l’antica traduzione latina “et in terra pax hominibus bonae voluntatis”; si è cercato di essere più fedeli all’originale greco del testo di Luca, dove gli uomini sono oggetto della benevolenza e dell’amore di Dio. Si dovrebbe dire «e pace in terra agli uomini che egli ama», in linea con la nuova traduzione dei Vangeli, ma un’attenzione alla cantabilità ha portato a modificare la traduzione in «e pace in terra agli uomini, amati dal Signore». Come si può intuire criteri diversi e complementari sono stati applicati nella nuova edizione del nuovo Messale.

La struttura della Liturgia della Parola rimane invariata: anche in questa edizione, come nella precedente, è prevista la possibilità di professare il simbolo apostolico (più breve), insieme a quello niceno-costantinopolitano (il più usato dalle nostre assemblee).

Tra le novità della nuova edizione del Messale Romano, ve n’è una che riguarda le parti musicali. Sono state inserite delle melodie non in appendice ma nel corpo delle preghiere. Questo inserimento è come un invito a cantare di più le parti rituali della Messa. Rispetto ad altre nazioni e ad altre culture, noi cantiamo poco le parti rituali della Messa come le orazioni, oppure il prefazio, o il Mistero delle fede. In Spagna piuttosto che in Romania, in Africa piuttosto che negli Stati Uniti, si sente molto più spesso il sacerdote cantare le parti rituali della Messa. Da noi, quando un prete canta sembra che lo faccia per mettere in mostra le proprie doti canore. In realtà la preghiera cantata, o per meglio dire «cantillata», cioè con una forma di recitativo cantato che è molto diverso dalle altre forme di canto, ha una funzione positiva: quella di ritualizzare la preghiera, così che le parole rivolte a Dio risuonino con una «carica» diversa, come se fossero sottolineate, così da dare maggiore solennità e sottolineare il carattere festivo della celebrazione. In più cantando alcune parti, si è obbligati ad andare meno veloci, più lentamente, così che tutti possano entrare nella preghiera. Spesso, l’effetto del sacerdote che prega è quello di «uno che legge» quasi per conto suo. In realtà, quell’uno che legge è «uno che prega» a nome di tutti e facendo entrare tutti nella preghiera che si fa. L’invito a cantare le parti rituali della Messa corrisponde ad una nuova fase della recezione della riforma liturgica, più attenta a fare della Messa una «celebrazione», piuttosto che un lungo discorso fatto di tante parole.

Nella prossima scheda vedremo le altre parti della celebrazione dell’Eucaristia.

Per approfondire: