Oratorio di San Valentino

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Oratorio di San Valentino2020-11-24T11:29:24+01:00

AllOratorio di San Valentino si accede da un’ampia scalinata alla quale si accede dalla porta sinistra all’interno del Duomo guardando il presbiterio oppure da un accesso esterno che dà sul Sagrato nelle vicinanze del campanile.

Esso è storicamente legato alla Veneranda Confraternita della Morte e Orazione di Este, che lo commissionò nel 1627. La navatella rettangolare che accoglie il visitatore, costituisce il nucleo originario, costruito sopra la sacrestia del Duomo, la stessa venne ampliata nel 1687 con l’aggiunta del Coro, ampia sala a pianta quadrata di m 9,50 di lato. L’edificio risulta pertanto composto di due ampie sale voltate a crociera, che hanno una lunghezza complessiva di circa 20 metri. Si annoverano lavori di ristrutturazione in atrio e navata nel 1711, per danni causati dagli scavi per le fondazioni del nuovo Duomo, e restaurato completamente dal 1978 al 1982.

Nel maggio 1674, con solenne cerimonia presieduta da San Gregorio Barbarigo, vi fu traslato il corpo di un “Valentino martire”, proveniente dalle Catacombe di Santa Ciriaca in Roma; da allora prese il nome di Oratorio di San Valentino.

Nel 1806, con l’applicazione delle leggi napoleoniche, la Confraternita della Morte venne soppressa e l’Oratorio, dopo una decina di anni di transizione alla Fabbriceria del Duomo, venne affidato in custodia alla Confraternita del Santissimo Sacramento fino ai primi ‘900.

Spiccano, collocate lungo tutte le luminose pareti, 23 tele di grandi dimensioni.

I primi teleri, disposti nella navatella, sono documentati a partire dal 1632 ad opera del pittore Girolamo Zurlo, originario della provincia di Vicenza; costituiscono il ciclo narrativo della Passione del Signore.

Un secondo gruppo di tele, non riconducibili ad alcun ordine tematico ma semplicemente commissionate per devozione privata o per particolari occasioni, si trovano lungo le pareti del Coro e sono posteriori, databili dalla fine del ‘600 fino alla prima metà del ‘700.

Nel complesso, le pitture non rivestono un grande valore artistico, tuttavia sono una autorevole testimonianza di uno spaccato di microstoria – religiosa e civile – in Este, rappresentato dalla meritoria attività delle Confraternite laicali.

Da segnalare nel Coro, settore originariamente riservato ai confratelli cappati e alle loro pratiche di pietà, la serie completa di stalli e dossali in noce, intagliati nel 1689 da Antonio Cattani e Giovanni Di Rossi.

PRIMO CICLO DI DIPINTI della navata

I teleri seicenteschi della navata si rifanno al tema unitario della Passione e Morte del Signore, tema caro alla Confraternita.

Sono globalmente attribuiti, grazie a carte e documenti della stessa Confraternita, al pittore Girolamo Zurlo, detto “Geronimo pitor”, proveniente con probabilità dal territorio vicentino, e in contatto con la scuola minore dei Maganza (vedi somiglianza di alcuni modelli iconografici).

Passiamo brevemente in rassegna le tele a partire da sinistra:

  1. L’ULTIMA CENA CON GLI APOSTOLI

Tela datata 1632, reca i nomi dei confratelli offerenti: «Zuane Lorenzon Camerlengo – Giacinto Fabri Guardiano» e i loro ritratti nella caratteristica veste nera di confratelli.

  1. GESÙ LAVA I PIEDI A PIETRO

Le due sigle: «V.B.» e «F.B.» si riferiscono a Francesco Bertoloni e Vincenzo Bertoloni suo figlio, che fu chierico nella Collegiata del Duomo, poi sacerdote e morì giovane nel 1656.

  1. GESÙ È CONFORTATO DALL’ANGELO NELL’ORTO DEGLI ULIVI

Non vi sono indicazioni di sorta e neppure ritratti di committenti. Interessante nel suo insieme, ha tuttavia alcuni difetti nel disegno e nella prospettiva. Può risalire al 1632-1637. Risulta essere una copia quasi identica dello stesso soggetto dipinto dal cremonese Antonio Campi (1525-1587), conosciuto probabilmente attraverso una stampa diffusa a Venezia nel 1575.

  1. GESÙ È FLAGELLATO ALLA COLONNA.

Vi si legge l’abbreviazione «OT. V.do. Guard.o» che indica Ottaviano Da Vò che fu Guardiano della Confraternita nel 1631, e morì nel 1667. Con il dipinto successivo svolge il tema del Cristo umiliato.

  1. GESÙ È INCORONATO DI SPINE.

Risultano scritti i nomi dei confratelli offerenti: «GF. Geronimo guardiano – Giovani Dali Armi guardiano»: sono Girolamo Fanti e Giovanni Dall’Armi che, per la coincidenza del loro incarico di Guardiani documentato nei libri della Confraternita, permettono di datare il quadro al 1632.

  1. L’INCONTRO DI GESÙ CON LA VERONICA.

Non ha iscrizioni. I due personaggi ritratti come offerenti, non sono individuabili. Da una nota di spese conservata nei libri contabili della Confraternita, risulta che il quadro fu pagato 80 lire nel gennaio del 1632 al «… S.or Gieronimo pitor». È l’unico dato scritto che si ha sull’autore Girolamo Zurlo.

  1. GESÙ È SPOGLIATO DELLE SUE VESTI

Gli offerenti sono «Giovanni Damiani et Damiano Filius eius». La datazione è correlativa al precedente anno 1632. Per lo stile, facilmente individuabile, concitato e fortemente marcato, per il modo di disporre la scena affollata e per la ripetitività dei particolari, è evidente opera del medesimo Girolamo Zurlo.

  1. LA CROCIFISSIONE

Siglata e datata «B.S. 12 IV. 1645». La sigla «B.S.» riferita al ritratto, e la data di consegna del 12 luglio 1645, ricordano Baldin Santini che fu Guardiano nel 1645 assieme a Giacomo Galuppo. Alcuni spunti iconografici permettono di riferire la tela a Girolamo Zurlo.

  1. LA DEPOSIZIONE NEL SEPOLCRO

Sono riportati i nomi dei confratelli offerenti: «Giacomo Dale Arme computista – Gioanbatista Righetti Proveditor di Chiesa». Per la coincidenza dei due incarichi, che si può riscontrare nei documenti della Confraternita, la datazione del dipinto potrebbe essere riferita forse al biennio 1654-1655, o meglio a qualche anno successivo. È probabile che l’Autore sia lo stesso Giambattista Righetti (1633ca-1679) che fu pittore molto stimato in Este. Il ritratto dai lineamenti molto giovanili ne potrebbe essere una riprova, qualora lo si voglia dipinto poco dopo il 1655, quando il Righetti aveva oltre i 23-25 anni.

Sopra la porta d’ingresso, vi è una ANNUNCIAZIONE ALLA BEATA VERGINE MARIA con la data del 1645 e il nome del donatore «Bortolamio Bel.nzo^ Sin.co»: Bartolomeo Bellanzon sindaco della Confraternita, morto nel 1660. Era questa un’immagine molto venerata, fornita di una mensola a tipo altarino, ornata sempre con vasi di fiori, e la figura dell’Annunziata era decorata con una corona d’argento.

Sopra la porta di ingresso della sacrestia dell’Oratorio è esposta dal 1987 in un’antica cornice riadattata, la tela di dimensioni minori con il SANTO VOLTO; reca nel retro la memoria scritta: «Romae 1700. Ab originali desu-pt.Paulus Perotti devotion. ergo». Fu donata dal canonico Paolo Perotti (che l’aveva acquistato a Roma durante il suo pellegrinaggio fatto nell’Anno Santo 1700) alla Chiesa di San Girolamo nel 1726 ove rimase fino al 1958, passando poi in deposito al Duomo.

 

CICLO DI DIPINTI del Coro

Come già accennato, i dipinti posizionati nel settore del Coro non seguono un programma iconografico unico, ma sono in parte suggeriti da scelte devozionali legate a particolari occasioni, in parte dall’iniziativa dei singoli committenti. Partendo da destra troviamo:

  1. LA DEPOSIZIONE DI GESÙ NEL SEPOLCRO. Reca l’iscrizione: «Alessandro Regazzola secretario fece fare per sua devotione l’anno 1689», e una firma che per la sua posizione nascosta sul fianco del sepolcro, deve essere recepita come quella del pittore: «GIACOMO REGAZZOLA P.» Si tratta di un estense, figlio di Girolamo Regazzola, non conosciuto come pittore da altre fonti storiche, vissuto nel 1655-1696. In quest’opera rivela una discreta capacità espressiva e notevole senso drammatico.
  1. LA CENA DEI DISCEPOLI IN EMMAUS. Sembra la copia di un modello abbastanza diffuso attraverso le stampe. I donatori si sottoscrivono: «1732. Paulo e Francesco Fratelli Moriani – P.G.F.». La sigla «PGF», segnata a parte, potrebbe indicare il nome del pittore che tuttavia resta sconosciuto.
  1. LA RISURREZIONE DI CRISTO. Non vi è alcuna iscrizione che permetta di identificare i quattro personaggi donatori o la datazione. L’interessante dipinto, di impostazione ampia e solenne, può rientrare nel ciclo dei teleri realizzati tra il 1720 e il 1735.
  1. SANTA TECLA PATRONA DI ESTE. Santa Tecla prega l’Eterno Padre perchè liberi Este dalla pestilenza. Interessante è la veduta della piazza di Este dal Palazzo Pretorio alla Porta Vecchia, al Monte di Pietà. Vi si legge una lunga abbreviazione che dovrebbe indicare uno o due offerenti: «L: F: F.F. P.S.D. A. 1732 – G.NI F.NI E.L.NO – PRO T.TI». Una parte si può sciogliere:
  1. LA MORTE DI SAN GIUSEPPE. Il cartiglio riporta la dedica degli offerenti e l’anno: «Sebastian Pavan. Francesco Scapin. Giobatista Zagho. Pietro Bruneti fece fare per sua devotione l’anno 1720 adi X agosto». A parte la data, non è possibile risalire ad altre informazioni sul pittore, che per lo stile non ha riscontri analoghi nelle altre tele.
  1. L’ADORAZIONE DELL’EUCARISTIA. Ha una iscrizione: «CONFRATRUM AERE 1826». Sul retro del supporto in legno si legge inoltre: «Angelo Urbani pinse, fratello n.o. del SS.- Luigi Colletti – Marco Branchini- 0fferto li 20 marzo 1826». Fu dipinto dal pittore estense Angelo Urbani (1755-1832) nel 1826, in sostituzione dell’altro telero che rappresentava il Trionfo della Morte, che ora si trova in canonica. La nuova scelta iconografica fu voluta dalla Confraternita del Santissimo Sacramento, subentrata nel 1816 alla confraternita della Morte dopo le soppressioni napoleoniche, in quanto il soggetto antico non si adattava più al senso e alle finalità della Confraternita del Santissimo.
  1. LA PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO. La tela sagomata, che occupa la lunetta centrale alta del soffitto, ha un’iscrizione siglata: «1743 B.C. PER S.D.» che si riferisce ad un atto di omaggio fatto «per sua devozione» da un Bernardino Cesari, membro della Confraternita, morto nel 1749. È un’opera semplice e popolare, dai luminosi colori e ingenue figurazioni.
  1. LA MORTE DELLA MADONNA. Ha il nome dell’offerente: «ANDREAS ROSSIIT 1721». L’abbreviazione non è riconducibile al «pinxit» ma ad un «posuit», quindi non è la firma del pittore. Non ci sono altre notizie su questo strano dipinto, dalle pennellate nervose e sommarie. Il risultato è scadente e in molte parti è stato pesantemente ridipinto. Lo stile e la tecnica usata nella ridipintura fanno pensare ad un intervento completamente fuori del Settecento, probabilmente durante i restauri fatti nell’Oratorio alla fine dell’Ottocento.
  1. Nel soffitto al centro della sala L’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE IN CIELO. Vi si legge il nome dell’offerente: «PET.S BART.US MDCCXVII». Si tratta di Pietro Bartoloni (1695-1734), personaggio riconoscibile anche dallo stemma della famiglia, allora molto influente e stimata in Este. Questa tela è certamente il più bel dipinto esistente nell’Oratorio: non ci sono altri documenti, se non la data del 1717. La posizione della Vergine, i bellissimi Angeli, gli scorci e i difficili profili luminescenti fanno pensare a Sebastiano Ricci. La tela estense presenta una singolare somiglianza con la parte alta dell’Assunta dipinta nel 1733 dal Ricci per la Chiesa di San Carlo a Vienna.
  1. LA VESTIZIONE DI UN CONFRATELLO. Il dipinto non ha iscrizioni dedicatorie. Raffigura il rito di immissione di un fedele nella Confraternita, atto a cui si dava una notevole importanza e nel quale si assumevano gli impegni di preghiera e di carità. Smagliante è la composizione dei colori, non perfetto il disegno: è databile al terzo o quarto decennio del Settecento.
  1. IL GIUDIZIO UNIVERSALE. Non ha dediche e date. Lo stile ricercato e veristico dei ritratti dei quattro donatori è simile a quello degli altri confratelli raffigurati nell’Adorazione dei Pastori. Non si equilibra bene tuttavia la presenza dei ritratti con la scena del soggetto che, per necessità di spazio, è dipinta su scala molto minore: si possono contare tra le schiere dei Beati e dei Dannati circa 205 figurette più o meno abbozzate. Alcuni nudi furono contestati nella visita vescovile del 1748 e quindi ricoperti con ritocchi e aggiunte di vestiti.
  1. L’ADORAZIONE DEI PASTORI. Senza dediche e senza data, ma dovrebbe rientrare nel ciclo dipinto nel secondo o terzo decennio del Settecento. È un soggetto popolare che si rifà ad una incisione di Pietro Monaco, tratta da un dipinto di Sebastiano Ricci, molto conosciuto e imitato da vari pittori del Settecento. Molto espressivi e personalizzati sono i ritratti dei Confratelli. Commovente il particolare della mucca che lecca la mano del Bambino.
  1. L’ANGELO CUSTODE. Riporta la scritta: «Camillus Lazarimus aetatis suae LIV anno 1719». L’iconografia ha molte attinenze con un’acquaforte di Matteo Cadorin ricavata da un dipinto di Giulio Carpioni. La devozione all’Angelo Custode si diffuse grandemente per tutto il corso del Seicento. È dono di Camillo Lazzarini (1665-1738), personaggio molto influente nella Este settecentesca, amministratore di alcune confraternite, economo della Fabbrica del Duomo durante la sua costruzione.

 

La tela con L’ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE, originariamente nella chiesa di Santo Stefano, fu portata nei depositi del Duomo nel 1989 per lo stato di conservazione precario . Dopo il restauro del 2008 si è rivelata un’opera splendida, che può essere certamente attribuita a Girolamo Forabosco (1605-1679), di origine veneziana ma residente anche a Padova per parecchi anni. Datazione più probabile al sesto-settimo decennio del Seicento, corrispondente all’epoca espressiva più patetica e delicata dell’autore.

IL CROCIFISSO

Questo crocifisso trovò collocazione nella piccola sacrestia dell’Oratorio verso il 1816. Non si conosce la provenienza ma potrebbe essere il Crocifisso che si trovava nella chiesa di San Francesco in Este fin dal 1685, donato alla medesima chiesa dal canonico del Duomo Giovanni Paolo Fabris (1634-1707) dopo che nell’incendio del marzo 1685 erano andati distrutti tutti gli arredi sacri. La scultura viene ritenuta sicura opera di Francesco Terilli autore dell’altro crocifisso venerato nell’altare del Duomo (cfr lettera del 15 marzo 1989 del professore Giuseppe Biasuz). Scultura di grande bellezza e sensibilità e si rifà agli scultori veneziani del primo Seicento.

Il dipinto originale del TRIONFO DELLA MORTE  si trova ora nella canonica del Duomo: su disposizione dell’arciprete Gaetano Rizzardi fu trasferito nel 1826 dall’0ratorio nella chiesa delle Consolazioni, dove rimase fino al 1995, in pessime condizioni e finalmente restaurato nel 2006. Raffigura la Morte che «tutto vince», seduta sul mondo (il globo) posto su un carro fatto con ossa di morti, trascinato dai potenti della terra: tra il clero vi è un papa, un cardinale e un vescovo, e tra i laici un imperatore, un re e un doge. Esso in origine occupava il fondo del coro ed era un messaggio abitualmente ricorrente nella Confraternita. Sul dipinto si riscontrano due indicazioni: la data del 1700, e la sigla «Z.P.PA», che indica quasi sicuramente il pittore. Non si conoscono i nomi dei Confratelli offerenti.

La piccola Sacristia costruita nel 1716 sopra i muri dell’antica Cappella di Santa Tecla, conserva oggi all’interno del piccolo altare ligneo le Reliquie di San Valentino Martire, traslate nell’Oratorio il 6 maggio 1674, dalle Catacombe di Santa Ciriaca in Roma, donde furono prelevate il 29 gennaio dello stesso anno dal vescovo Giuseppe Eusanio, Prefetto del Sacrario Apostolico, e affidate all’allora canonico Marco Marchetti. La solenne traslazione, che venne festeggiata a Este per sette giorni, fu presieduta da San Gregorio Barbarigo.

I vescovi di Padova accettarono inizialmente la celebrazione della festa di questo San Valentino alla data del 14 febbraio, accostandola al Valentino prete e martire a Roma (nella stessa data si celebra la memoria di San Valentino vescovo di Terni, e di San Valentino presbitero romano), ma precisarono in seguito che si doveva considerare soltanto un «Valentino martire», come espresso nel documento autentico di traslazione, e non il presbitero martire romano. Infine, il vescovo Giuseppe Callegari nel 1887 stabilì che si dovesse venerare come semplice martire da non confondere con gli altri due San Valentino.

L’altare attuale è della seconda metà dell’Ottocento (1878), in legno laccato, con una nicchia adattata a ricevere sotto la mensa le reliquie del Martire.

Le reliquie, costituite dal cranio e da una parte ridotta delle ossa del busto e degli arti, sono state riunite con terra creta in forma corporea ancora nel Seicento per essere esposte alla pubblica venerazione. Nel 1887 vennero rivestite di una tunica rossa e il capo ornato di una corona. All’interno dell’urna si trova un reliquiario in argento contenente un’ampolla in vetro del III- IV secolo, proveniente dalle Catacombe.

Le statue in legno laccato bianco invece sono più antiche dell’altare: la Statua di San Valentino (in abiti presbiterali – camice, pianeta, stola, manipolo – come si identificava il santo nel 1674) viene ricordata per la prima volta in un Inventario del 1682, posta da sola sopra l’altare.

Nel 1688 sono menzionate già esistenti le altre due sculture: Santa Caterina d’Alessandria e Sant’Osvaldo Re di Northumbria. La quarta statua con l’effigie di Sant’Andrea Avellino fu realizzata nel 1763, dopo la consegna all’Oratorio di una reliquia del Santo, dallo scultore e intagliatore estense Gaetano Vajenti. La dedica ai tre santi (Caterina, Osvaldo e Andrea Avellino) aveva una stretta attinenza con le devozioni della Confraternita della Morte, per essere invocati come intercessori della misericordia di Dio per la morte improvvisa.

ll Crocifisso ligneo, laccato in bianco, con il grande teschio alla base, come risulta dalle note d’archivio, può essere quello realizzato nel 1653 e collocato originariamente sopra l’altare dell’Oratorio, a cui diede il primo titolo documentato di «Altare Crucifixi». Ivi rimase fino alla fine dell’Ottocento.

Altri documenti, immagini e reliquie ornano la piccola sacristia: la Relazione manoscritta della traslazione delle reliquie di San Valentino nel 1674, un manifesto con lo Stemma usato dai Confratelli della Morte nel Settecento, quattro bacheche ottocentesche in legno dorato che raccolgono ex-Voto e Reliquie di Santi.

Sulla sinistra dell’altare un grande armadio che copre tutta la parete contiene gli antichi paramenti utilizzati nelle celebrazioni in Duomo (non visibili).

Sulla destra si trova L’Armadio dei ricordi di Guido Negri (1888-1916) che raccoglie dal 1993 i ricordi personali del Servo di Dio sepolto in uno degli altari del Duomo: oggetti della sua infanzia e giovinezza, ricordi della sua famiglia, documenti e scritti, ricordi delle sue attività, oggetti che gli appartennero durante il servizio militare, ricordi provenienti dalla sua prima sepoltura sul monte Colombara e dalla sua tomba nel Cimitero militare di Gallio.

Sopra la porta d’entrata si può ammirare del pittore estense Francesco Maria Bossi (1753-1824) la tela ovale con la figura di San Luigi Gonzaga, dipinta nel 1803 per la congregazione mariana fondata dall’arciprete Domenico Chiavellati a beneficio dei ragazzi di Este nella Chiesa dell’Annunciata.

Sulla parete di sinistra reliquiari e tre statue di santi provenienti dagli altri oratori di Este.

Entrando dall’accesso esterno che si trova nel sagrato del Duomo vicino al campanile si percorre una scala costruita nel 1716 dove precedentemente era l’abside dell’antica cappella di Santa Tecla. Entrando, di fronte sopra l’arco, si può vedere il dipinto VERONICA CHE ASCIUGA IL VOLTO DI GESU’. Può essere l’immagine che ha preceduto la Veronica dipinta nel 1632 da Giovanni Zurlo.

A sinistra all’inizio delle scale troviamo una tela con rappresentata la SANTA FAMIGLIA con San Giuseppe e il piccolo Gesù che porge alla Madonna la rosa della verginità e l’angelo che in un paniere reca i simboli della passione. Il quadro appartiene sempre alla Confraternita della Morte, frutto di una donazione del 1647

Nella prima rampa di scale sulla parete si può ammirare un antico Crocifisso ligneo di tipo processionale originariamente policromo, ora ricoperto da una vernice scura, di proprietà della Confraternita della morte.

Alla fine delle scale è esposto poi un grande crocifisso.

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