UN NUOVO MESSALE
PER VIVERE IN PROFONDITA’ L’EUCARISTIA 2

Questa seconda scheda illustra le novità della seconda parte del Rito della Messa, presenti nel Nuovo Messale che inizieremo ad utilizzare con il tempo di Avvento dal 29 novembre 2020. Conoscerle ci aiuterà a vivere meglio la liturgia della domenica e di ogni celebrazione eucaristica.

Dopo i Riti di introduzione e la liturgia della Parola che si conclude con le preghiere dei fedeli inizia la Liturgia eucaristica con il momento della presentazione dei doni e l’offertorio che rimane invariato nei testi e gesti. Subito dopo inizia la preghiera eucaristica.


Le preghiere eucaristiche
La preghiera eucaristica costituisce il cuore della Messa, perché è il momento culminante della preghiera che dà il nome a tutta la celebrazione. Eucaristia, infatti, significa proprio «rendimento di grazie» e fin dall’inizio di questa preghiera, nel dialogo tra il sacerdote e l’assemblea («In alto i vostri cuori… sono rivolti al Signore; Rendiamo grazie a Dio… è cosa buona e giusta»), entriamo nel clima della lode e del ringraziamento, a motivo non dei tanti doni che la vita e il Signore possono farci, ma «per Cristo nostro Signore», cioè a motivo del «dono» per eccellenza del Signore Gesù e della sua Pasqua, che non viene mai meno. Nella Messa del Vaticano II, non è il prete a celebrare di fronte al popolo (versus populum), ma il prete è colui che preside l’assemblea che celebra rivolta al Signore che si fa presente sull’altare.

Rispetto al Messale precedente non ci sono grandi cambiamenti: ci sono le prime quattro preghiere eucaristiche (la I detta anche Canone Romano, la II ispirata all’antica preghiera di Sant’Ippolito, la III composta subito dopo il Concilio e la IV che si ispira alla preghiera orientale di San Basilio) e poi le altre cinque (le due preghiere per la Riconciliazione e le tre forme della preghiera eucaristica per le Messe «per varie necessità»).

Le preghiere eucaristiche hanno parti comuni: il dialogo iniziale, il Santo, le parole della consacrazione nel racconto dell’istituzione, l’anamnesi (Mistero della fede e altre formule), la dossologia finale “per Cristo, con Cristo e in Cristo…”; sono identiche nelle diverse preghiere e non sono state cambiate. Nelle altre parti di queste preghiere ci sono state alcune piccole modifiche. Ad esempio nella seconda Preghiera eucaristica, la più breve e la più utilizzata, notiamo una variazione subito dopo il Santo: là dove si diceva «Padre veramente santo», ora si prega dicendo: «Veramente santo sei tu, o Padre, fonte di ogni santità». Il cambiamento è minimo, ma collega meglio l’acclamazione del Santo con l’epiclesi, cioè la preghiera di invocazione dello Spirito, come se dicessimo, dopo il canto del Santo: «Tu sei veramente santo, tu sei fonte di ogni santità, e per questo motivo noi ti preghiamo: santifica questi doni…».

Nell’epiclesi, cioè nell’invocazione allo Spirito Santo sui doni che precede il racconto dell’ultima Cena, si è inserita una aggiunta per cui si pregherà con le seguenti parole: «Santifica questi doni con la rugiada dello Spirito perché diventino per noi il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo». Da dove viene questo riferimento alla rugiada? L’immagine della rugiada è biblica e rinvia all’ambiente della Palestina, nel quale la rugiada costituisce un bene prezioso, che supplisce l’assenza della pioggia: ancora oggi il dipartimento di meteorologia dello stato di Israele ha una sezione speciale dedicata allo studio della rugiada! Nell’Antico testamento, la rugiada è segno di benedizione che proviene dall’alto e permea ciò che tocca (la terra, il popolo). Con la ricchezza simbolica di questa immagine si vuole descrivere l’azione benedicente di Dio che si posa sull’uomo, e in particolare il dono dello Spirito che viene ad irrorare la terra dell’umanità. Lo Spirito scende come rugiada e si posa sul pane e sul vino, perché diventino il sacramento del corpo e del sangue di Cristo.

C’è poi un piccolo cambiamento nelle parole che introducono il racconto di consacrazione: «Egli consegnandosi volontariamente alla passione» (al posto di: «Egli offrendosi liberamente alla sua passione»). Il riferimento alla consegna rende meglio il verbo “tradere”, presente nelle stesse parole latine e nei vangeli. Altre variazioni sono state fatte anche nelle altre preghiere Eucaristiche.

Padre nostro
Nei riti di comunione spicca la nuova traduzione del Padre nostro, di cui tanto si è parlato. Qui le variazioni sono due: l’aggiunta di un «anche» rimetti a noi i nostri debiti, come «anche» noi li rimettiamo ai nostri debitori, e «non abbandonarci alla tentazione».
Si è cercato di tradurre più fedelmente il testo greco del vangelo, secondo la nuova traduzione della Bibbia Cei del 2008.
Infatti, l’originale greco usa un verbo che significa letteralmente “portarci, condurci”. La traduzione latina ‘inducere’ poteva richiamare l’omologo greco. Però, in italiano ‘indurre’ vuol dire ‘spingere a…’ in sostanza, far sì che ciò avvenga. E risulta strano che si possa dire a Dio ‘non spingerci a cadere in tentazione’. Insomma, la traduzione con “non indurci in…” non risultava fedele al testo greco del Vangelo.

Anche nella traduzione in altre lingue ci sono state molte discussioni. Ad esempio, in spagnolo, lingua più parlata dai cattolici nel pianeta, si dice ‘fa che noi non cadiamo nella tentazione’. In francese, dopo molti travagli, si è passati da una traduzione che era ‘non sottometterci alla tentazione’ alla formula attuale che è ‘non lasciarci entrare in tentazione’. Dunque, l’idea da esprimere è questa: il nostro Dio, che è un Dio buono e grande nell’amore, fa in modo che noi non cadiamo in tentazione.

Si è preferito tenere la parola tentazione piuttosto che prova. Infatti, il termine tentazione che si trova nella preghiera del Padre Nostro è lo stesso che viene usato nel Vangelo di Luca nel riferimento alle tentazioni di Gesù, che sono vere tentazioni. Allora, non si tratta semplicemente di una qualunque prova della vita ma di vere tentazioni, qualcosa o qualcuno che ci induce a fare il male o ci vuole separare dalla comunione con Dio e tra noi. Ecco perché l’espressione ‘tentazione’ è corretta ed il verbo che le corrisponde deve essere un verbo che faccia comprendere che il nostro Dio ci soccorre, ci aiuta a non cadere in tentazione. Non un Dio che ci tende una trappola.
Non si tratta di un cambiamento fine a se stesso ma di cambiare per pregare in maniera ancora più consapevole e vicina a quelle che sono state le intenzioni di Gesù.

Il dono della pace
Al posto dell’invito del ministro «Scambiatevi un segno di pace», la nuova edizione del Messale riporta l’invito «Scambiatevi il dono della pace». Il linguaggio del dono, che racchiude il senso profondo del Mistero eucaristico, sottolinea il fatto che, prima di essere un compito e un impegno, la pace del Signore, come la fede, la speranza e la carità, è un dono che proviene da Dio stesso attraverso l’azione di salvezza realizzata da Gesù con la sua passione morte e risurrezione.

Agnello di Dio
Tra le novità del Nuovo Messale c’è lo spostamento delle parole che accompagnano il gesto del mostrare l’ostia sollevata. Anziché la successione: «Beati gli invitati alla cena del Signore: ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo», troveremo la successione: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello». A ben vedere, si tratta di una triplice modifica. La prima è quella riguardante il gesto: prima si presenta l’Agnello («Ecco l’agnello di Dio»), poi si invita alla comunione («Beati gli invitati»). In questo modo si collega meglio il gesto della frazione del pane con il canto dell’Agnello di Dio fatto prima.

Si sono modificate anche le parole che invitano alla comunione: «Beati gli invitati alla cena dell’Agnello» (anziché alla «cena del Signore»), con un riferimento più puntuale al libro dell’Apocalisse 19, 9, dove è custodita questa beatitudine. La risposta dell’assemblea («O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa…») è rimasta invece invariata, nonostante il testo del Messale latino avesse una citazione più diretta di Mt 8,8: «Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto»”.

Poi il rito della Messa si conclude con i Riti di conclusione dove viene data all’assembla la Benedizione e il mandato missionario Andate in pace. Qui non ci sono state variazioni.

Per approfondire: